NUOVO PIANO D’AZIONE SUL LUPO: LA POSIZIONE DEL CENTRO MONTE ADONE

Lunedì, 30 Gennaio 2017

In questa ultima settimana uno dei temi più scottanti per chi si occupa di tutela della fauna è proprio quello che riguarda il nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia.

Prima di esprimere le nostre considerazioni in merito ad un tema così delicato vi invitiamo a leggere l’ultima versione del Piano disponibile, nel PDF riportato in fondo alla pagina.

Vorremmo prima di tutto chiarire il nostro ruolo all'interno di questo documento dove veniamo indicati come tecnici ed esperti.

Abbiamo accettato, non senza riserve, l'invito a partecipare così da poter dire la nostra soprattutto su una delle 22 azioni previste dal piano che riguarda direttamente la nostra attività, ovvero la gestione del lupo in cattività (gestione degli esemplari rinvenuti feriti e loro destino).
Sono emerse in corso d'opera numerose criticità che vorremmo condividere con voi, oltre che provare a rispondere alle numerose richieste di chiarimento che abbiamo ricevuto da più fronti, e provare a dare qualche strumento in più per districarsi in questa fitta rete di informazioni, non sempre veritiere.

Questo tema non può e non deve essere trattato con superficialità e per questo motivo abbiamo deciso di scrivere alcune riflessioni: armatevi di pazienza perché non saremo sintetici.

Procederemo per punti:

Chi ha scritto il Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia?

Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) ha affidato la revisione del Piano all'Unione Zoologica Italiana con la clausola di coinvolgere nella diverse fasi di stesura tutti coloro che in Italia a diverso titolo si occupano del lupo.

Ed è così che all'inizio del 2015 è stato rivolto un invito a tecnici, enti e associazioni che, a diverso titolo, si sono occupati in questi ultimi anni in Italia di monitoraggio, studio, ricerca sul lupo, con la richiesta di mettere a disposizione (a titolo gratuito) i dati in loro possesso per verificare l’esistenza di condizioni adeguate a produrre uno scenario sufficientemente affidabile sulla presenza e sulla distribuzione della specie in Italia. Gran parte dei tecnici afferenti ad istituzioni pubbliche (parchi nazionali, parchi regionali, province,…) hanno provveduto ad inviare tempestivamente le informazioni in loro possesso anche perché raccolte nell'ambito di attività finanziate con risorse pubbliche. Analogamente molti dei tecnici che hanno raccolto informazioni sul lupo, a titolo privato o nell'ambito di attività finanziate da privati, hanno anch'essi generosamente provveduto ad inviare le informazioni.

Come Centro siamo stati invitati partecipare e dopo attente riflessioni abbiamo deciso di condividere la nostra esperienza perché, nello specifico, sono davvero pochi i dati disponibili sulla riabilitazione dei lupi rinvenuti feriti, anche a livello internazionale, e questo di frequente porta alla nascita di molti pregiudizi sui lupi recuperati, che in molti casi si preferisce tenere in cattività.

Volevamo esserci per portare la nostra esperienza.

Il Centro infatti ha in seguito partecipato, insieme al Wolf Apennine Center, anche ad un altro tavolo di lavoro per la redazione di Linee Guida proprio per la gestione del percorso di riabilitazione del lupo da poter allegare al Piano; è stato un lavoro che ci ha richiesto molto tempo ed energie, svolto a titolo totalmente gratuito, ma al quale siamo contenti di aver contribuito.

Gli stessi tecnici sono stati invitati a prendere atto della sintesi dell’elaborazione delle informazioni trasmesse e a produrre commenti sulla struttura del piano; nessuno dei tecnici è stato coinvolto nelle fasi successive del percorso.

La prima bozza del Piano è stata formalmente consegnata nell'ottobre 2015 al Ministero che, in un primo step, si è confrontato con i portatori di interesse e le associazioni animaliste e ambientaliste, per poi procedere nelle discussioni successive senza interpellare tutte le parti inizialmente coinvolte.

Nel Piano d’azione viene contemplata la possibilità di aprire la caccia al lupo? Cos'è quel 5%?

Doveroso premettere che la Direttiva Habitat a livello europeo da sempre prevede la possibilità di deroga, non caccia, bensì deroga al divieto di abbattimento, ovvero la possibilità, in casi eccezionali di concedere l’abbattimento. L’Italia è uno degli unici paesi europei che non ha mai concesso una deroga. Questo è un dato.
Nel Piano, rispetto a quanto previsto nella Direttiva Habitat, vengono definite una serie di ulteriori restrizioni proprio per far sì che la deroga sia l’ultima delle soluzione gestionali eventualmente da adottare laddove tutta una serie di provvedimenti e azioni non siano risultati efficaci. La volontà è anche quella di spingere le Regioni ad occuparsi in maniera seria delle problematiche esistenti legate alla coesistenza uomo-lupo, alla prevenzione dei danni alle attività produttive e al randagismo.

Elenco provvedimenti previsti nel Piano:

- creazione di uno o due nuclei antiveleno per ogni regione
- revisione normative sui pesticidi, spesso usati per fare bocconi avvelenati
- regolamentazione caccia in braccata, almeno nelle aree contigue dei parchi,
- revisione legge 281, sulla gestione dei cani vaganti e ibridazione
- mitigazione dei conflitti con la zootecnia
- revisione e uniformità delle regole di pascolo (dove possibile passare dal pascolo ovicaprino a quello bovino)
- corretta valutazione dei dati da parte dei veterinari
- individuazione delle aree nazionali più vulnerabili
- coordinamento tra gli enti
- regolamentazione delle strutture di captivazione
- comunicazione tra i gruppi di interesse
- creazione di forum tra esperti per la comunicazione con la stampa e i mass media

Per valutare una richiesta di deroga è quindi necessario che:

1. la dimensione della popolazione è conosciuta a scala regionale o interregionale;
2. la popolazione è in Stato di Conservazione Soddisfacente, e il prelievo non comporta rischi di influenzare negativamente tale Stato di Conservazione Soddisfacente; oppure, il prelievo non pregiudica il percorso della popolazione verso uno Stato di Conservazione Soddisfacente;
3. sono stati messi in opera gli strumenti di prevenzione più adatti alle condizioni locali (cani da guardia, recinzioni, pastori, ricoveri notturni, ecc.);
4. non esiste altra soluzione valida per mitigare gli specifici conflitti sociali ed economici rilevati (e.g. compensazione, indennizzi, ecc.);
5. sono forniti i dati sui danni a livello comunale e regionale (o provincia autonoma);
6. sono forniti dati sulla presenza di cani randagi e vaganti e, ove il fenomeno è presente, informazioni sulle misure poste in essere per il suo controllo;
7. sono fornite informazioni sullo stato di attuazione delle azioni di competenza previste dal Piano.

Nell'ultima bozza dell’autunno 2015, da noi visionata, vi era questo punto fondamentale a pag. 44 che da quanto emerge dalla stampa risulta oggi sia stato eliminato:

Nel calcolare il numero massimo di deroghe, ISPRA valuterà anche la mortalità illegale tenendo conto del numero noto di lupi uccisi illegalmente in ognuna delle due popolazioni. Non saranno concesse deroghe nei comuni dove si è registrata mortalità illegale nei 3 anni precedenti.

Visti i dati disponibili sul bracconaggio, fenomeno ormai dilagante in tutta Italia, è abbastanza evidente come questo punto da solo rendesse la possibilità di concedere la deroga un’evenienza davvero molto rara.

Vi era anche una premessa molto chiara, che ci risulta sia stata rimossa nell'attuale versione:

La Direttiva Habitat (e il DPR 357/97 di recepimento) elenca 5 possibili ragioni per le quali sarebbe possibile applicare una deroga alla piena protezione della specie. Di queste, nel caso della rimozione del lupo in Italia, due sole potrebbero essere invocate come possibili obiettivi di una deroga:
(7.1.a) Per prevenire danni seri, in particolare a raccolti, bestiame domestico, foreste, pesca e acque e altri tipi di proprietà;
(7.1.b) Nell'interesse di salute e sicurezza pubbliche, o per altre importanti ragioni di interesse pubblico, incluse quelle di natura sociale o economica e di conseguenze benefiche di primaria importanza per l’ambiente.

Il punto (a) è ampiamente analizzato in letteratura scientifica alla quale si rimanda. La rimozione selettiva di uno o più individui responsabili di attacchi ripetuti al bestiame domestico è un intervento efficace su piccola scala spaziale e temporale (ad es. un individuo o un branco, una azienda particolarmente esposta) ma è difficilmente praticabile nelle condizioni ambientali italiane, sia per l’attribuzione della responsabilità del danno che per la cattura selettiva degli individui coinvolti. D’altra parte, su scala spaziale e temporale più vasta, esiste sufficiente consenso nell’affermare che, affinché la rimozione di lupi possa avere un significativo e duraturo impatto positivo sulla riduzione di conflitti con il bestiame, è necessario un impegno di prelievo massiccio e continuativo nel tempo, una forte riduzione di densità delle popolazioni di lupo a seconda delle condizioni ecologiche locali e del tipo di bestiame, una applicazione di questo regime di controllo su vasta scala geografica. Non esiste una relazione lineare tra numero di lupi e quantità di danni che permetta di pianificare un prelievo in ragione del danno sostenibile.

In sostanza, l’applicazione coerente dell’obiettivo (a) al lupo su scala vasta è in palese contrasto con lo spirito e la lettera della Direttiva Habitat poiché porterebbe alla eliminazione di gran parte della specie da buona parte del suo areale. Tuttavia, è bene ricordare di casi molto localizzati in cui singoli esemplari/branchi di lupi possono assumere abitudini predatorie specializzate altamente dannose: in questi casi, da verificarsi con il dovuto rigore scientifico, l’applicazione dell’obiettivo (a) potrebbe essere giustificato.

Il punto (b) affronta la possibilità di deroga per venire incontro, oltre a situazioni di necessità dovute a salute e sicurezza pubbliche, a esigenze di carattere sociale ed economico locale determinate da una quantità/qualità di danni al bestiame alle quali le comunità locali non erano abituate. Non esistono oggi in Italia oggettive ragioni di deroga per ipotetici rischi posti dal lupo alla salute o alla sicurezza del pubblico: le notizie spesso riportate dai mezzi di informazione su presunti attacchi sono, alla verifica dei fatti, inconsistenti.
Oggettive condizioni di forte tensione sociale si possono verificare soprattutto in alcune parti dell’areale del lupo dove la specie ha fatto ritorno dopo decenni di assenza e dove si sono sviluppati metodi di allevamento che, per essere compatibili con la presenza del lupo, richiedono onerose misure di prevenzione. In queste condizioni, il prelievo di alcuni esemplari può costituire, presso i gruppi di interesse più colpiti, una forma di gestione che può coadiuvare le altre azioni di prevenzione e mitigazione dei danni. Inoltre, può rappresentare un importante gesto di partecipazione e una dimostrazione di flessibilità che possono aiutare a superare il clima di contrapposizione che a volte sfocia in atti di bracconaggio incontrollabile. Può quindi contribuire ad instaurare quel clima di condivisione necessario ad attuare una più complessa strategia di coesistenza.

Obiettivo primario, quindi, di eventuali deroghe è di contribuire, insieme alla messa in opera, contemporanea ed effettiva, di molte altre azioni di gestione dei conflitti (vedi capitolo 3), alla riduzione a) di eventuali danni ripetuti e massicci su scala ristretta e b) del rischio percepito e alla mitigazione dei conflitti sociali ed economici connessi alla coesistenza tra uomini e lupo.

E rispetto a quel tanto discusso 5% questo era il testo che ci risulta essere stato eliminato:

In ogni caso, la somma di tutte le deroghe individuali concesse in un anno non potrà superare il 5% del limite inferiore della più recente stima di ciascuna delle due popolazioni come stabilita da questo Piano e aggiornamenti successivi. Alla luce delle conoscenze sulla biologia del lupo, questo limite quantitativo della somma delle eventuali rimozioni è sostenibile senza un significativo impatto negativo sul mantenimento o raggiungimento dello Stato di Conservazione Soddisfacente, anche nella deprecabile ipotesi del fallimento delle azioni per la riduzione del bracconaggio.

In ultimo, ma non per importanza, in merito al personale incaricato dell’eventuale rimozione si parlava del coinvolgimento di personale istituzionale formato e adeguatamente abilitato (Polizia provinciale o CFS, o loro nuova veste istituzionale), anche questa parte risulta eliminata.

IL PUNTO DI VISTA DEL CENTRO MONTE ADONE:

Come Centro condividiamo la necessità che questo paese si doti di un Piano attuabile per la conservazione del Lupo, inteso come uno strumento atto ad individuare azioni coordinate che su scala nazionale possano concretamente contribuire alla conservazione e alla tutela del lupo e che non venga lasciato nel cassetto come il precedente.
Troppo spesso assistiamo ad una frammentazione delle competenze e ad un mancato coordinamento da parte di chi, a diversi livelli, si occupa del lupo. Una cosa che sicuramente ci ha insegnato proprio il lupo è quanto sia indispensabile collaborare su più fronti per tutelarlo.

Ciò premesso, non riteniamo corretto che non vi sia stato un coinvolgimento dei tecnici e dei parchi in tutte le fasi di revisione del Piano e che ad oggi non sia ancora ufficialmente stato comunicato loro quali siano state le modifiche apportate durante il 2016/2017.

Ci sono sicuramente diversi punti che possono essere migliorati, ma riteniamo che la più grave criticità riguardi il percorso decisionale che ha portato all'approvazione del Piano stesso, che è apparso poco trasparente lasciando spazio a facili strumentalizzazioni da parte di portatori di interesse. In particolare il testo dell'ultima versione del 2015 del Piano d’azione si affronta anche il tema della deroga al divieto di abbattimento, contemplando la possibilità di concedere la rimozione di una quota massima pari al 5% del numero stimato degli esemplari di lupo.
La volontà politica è far passare la possibilità di deroga come una soluzione utile a risolvere i conflitti con le attività produttive e a contrastare il bracconaggio, questo ormai è ciò che emerge dalla stampa e da altri canali di comunicazione negli ultimi mesi; allettare le categorie di interesse prospettando l’abbattimento in deroga come soluzione dei conflitti esistenti si trasformerà in un boomerang che necessariamente avrà ripercussioni sull'interpretazione dell’operato delle istituzioni che le avranno promosse ed attuate e pertanto, a nostro avviso, non farà altro che aumentare il malcontento e quindi il fenomeno di bracconaggio.

La prevenzione dei danni agli allevamenti può e deve essere migliorata soprattutto con un impegno da parte delle Regioni; è necessario informare come una prevenzione seria e sistematica sia in grado di ridurre praticamente a zero i danni e come invece l’eventuale abbattimento di singoli individui non porti alla risoluzione del conflitto bensì possa solo peggiorare le predazioni sul bestiame.
La deroga deve essere intesa come una soluzione gestionale di natura del tutto "straordinaria" da utilizzare solo in casi estremi e non diversamente risolvibili, non può essere interpretata come soluzione gestionale ordinaria per mitigare il danno alla stessa stregua di strumenti ordinari come la prevenzione e l'indennizzo.

E’ doveroso altresì informare la popolazione dell’ingente investimento di risorse pubbliche (umane ed economiche) che richiede l’eventuale abbattimento di singoli individui senza portare - come insegnano le pregresse esperienze degli Stati che hanno autorizzato le deroghe – ai risultati sperati. L’inefficacia di questa soluzione non giustifica tempo, personale e denaro investiti; senza parlare della poca chiarezza che vi è in merito proprio ai tempi, alle modalità e alla definizione del personale impiegato per la rimozione. E sicuramente anche questo punto sta creando non poche aspettative.

Un’altra evidente criticità è che, a fronte di responsabilità dirette, non si faccia alcun riferimento a risorse finanziarie specifiche che possano consentire alle Regioni di attuare quanto previsto nel piano.
Questi aspetti sono davvero molto gravi perché spazzeranno via in un attimo il lavoro di educazione e informazione portato avanti per anni proprio da chi di lupo si occupa, anche attraverso la prevenzione dei danni.

Il giorno 2 Febbraio 2017 chi voterà il Piano d’azione non saranno i tecnici o i Parchi ma saranno proprio le Regioni che, da quanto emerso, hanno per la maggioranza volontà e aspettativa di dare il via agli abbattimenti per risolvere i loro conflitti.

E questa è una soluzione unicamente politica.

A nostro avviso si rende necessario posticipare l’incontro del 2 febbraio con la richiesta specifica di un tavolo di confronto nazionale contemporaneo che veda presenti tutti i tecnici, i rappresentanti degli enti e delle associazioni coinvolte nelle diverse fasi.

Rimane l'urgenza di avere un nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia? Perché?

Un Piano d’Azione ha la funzione di contribuire alla Tutela e alla Conservazione della specie attraverso diverse azioni. Il precedente Piano d’Azione risaliva all'anno 2002 ed era uno strumento che non rispecchiava più l’attuale situazione nazionale.

Riteniamo vada necessariamente letta l’introduzione al Piano a pag. 5, perché ne spiega perfettamente le fondamenta:

“I.1. Perché conservare il lupo e perché pianificarne la conservazione.
[…] La conservazione del lupo ha forti motivazioni di carattere ecologico (il predatore svolge un ruolo importante nella limitazione delle sue prede e di tutto l’ecosistema), economico (è una specie-bandiera in grado di catalizzare la partecipazione di un gran numero di persone e di valorizzare turisticamente le aree naturali in cui è presente; limita inoltre la presenza di ungulati, soprattutto il cinghiale, che causano ingenti danni alle colture), estetico (è una delle specie più apprezzate nei suoi canoni estetici), etico (come ogni specie vivente ha diritto di esistere nelle condizioni a lui naturali), culturale (il lupo è presente in maniera massiccia nella storia italiana e la sua traccia è visibile nell'enorme numero di riferimenti storici, culturali, geografici, ecc.) e spirituale (il lupo come simbolo della selvaticità e immagine della natura libera dall'intervento umano). Non c’è dubbio che la motivazione ecologica sia una delle più trasversali agli odierni valori della società italiana. Il lupo rappresenta un elemento fondamentale degli ecosistemi naturali e la conservazione di questa specie comporta un beneficio per tutte le altre componenti ambientali ad essa interrelate. Questo carnivoro necessita infatti di vasti spazi di habitat idonei con abbondanza di prede naturali ed ha inoltre esigenze ecologiche che comprendono anche le esigenze di molte altre specie. La conservazione di popolazioni vitali di lupo costituisce pertanto un contributo importante al mantenimento della biodiversità, anche per l’effetto “ombrello” su altre specie e sull'habitat.
Questo insieme di motivazioni ha la sua risultante nella normativa europea e nazionale che sancisce la protezione del lupo come specie di interesse per tutta la comunità (vedi par. 3 e 4)
Tuttavia, quella stessa flessibilità ecologica e comportamentale del lupo che lo ha portato vicino all'uomo fino ad esserne adottato, domesticato e trasformato nel cane, ha spesso comportato una competizione per gli stessi spazi e le stesse prede. L’impatto della predazione del lupo sulla selvaggina, sugli animali domestici e, spesso nei secoli passati, anche sull'uomo, ha naturalmente provocato numerosi tentativi di eradicazione e controllo del lupo dalle regioni abitate dall'uomo. La lunga serie di conflitti ha avuto, nei secoli, momenti di alterne vittorie e sconfitte, in una gestione che, di fatto, è stata caratterizzata dalla reazione spesso scoordinata di varie istituzioni e autorità a tutti i livelli normativi.
Inoltre, l'Italia ospita un patrimonio di lupi ragguardevole, circa il 9-10% della consistenza del lupo a livello europeo (tolta la Russia) e il 17-18% a livello UE. La conservazione del lupo rappresenta una parte importante dello sforzo che deve essere messo in atto per mantenere la biodiversità ed assicurare la funzionalità degli ecosistemi presenti nel nostro Paese. Questa circostanza costituisce un obbligo alla gestione razionale e duratura del lupo in Italia in un'ottica di vasta scala che comprenda le dinamiche spaziali e temporali che travalicano i nostri confini per estendersi nei paesi vicini.
Con questo spirito e queste motivazioni nasce il Piano dedicato a definire tutte le azioni che permettano di salvaguardare la specie e minimizzare il suo impatto sulle attività dell’uomo. Operare una sintesi tra le diverse e spesso estreme posizioni e i valori che le diverse componenti della società italiana hanno nei confronti del lupo è impresa difficile: probabilmente pochi tra coloro che hanno contribuito al presente Piano (vedi ultima pagina) vedono del tutto accolte le loro attese e certamente le posizioni più estreme a favore o contro la presenza del lupo sono destinate alla maggiore frustrazione, ma confidiamo che questo Piano rappresenti un adeguato punto di compromesso tra la conservazione a lungo termine del lupo e le tradizionali attività antropiche negli spazi rurali e naturali d’Italia.”

Guarda anche “10 COSE DA SAPERE SUL LUPO”, un video di animazione che ha lo scopo di fare una corretta comunicazione sul lupo, prodotto dal Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica – Monte Adone, dal Wolf Apennine Center e da Giuseppe Festa.

Un gruppetto di “lupologi”, tecnici e artisti decidono di lavorare insieme mettendo in campo le loro competenze e la loro passione per il lupo!

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